Generazioni fameliche

Postati in Senza categoria su 3 maggio 2012 da gaelimmortal

Noi siamo di quella razza che non sopporta bene il passato. Piangiamo ogni volta che i ricordi ci assalgono. Noi siamo la generazione dell’insofferenza, del patimento, dell’animo, dell’indecisione. Siamo l’esercito dei politici, i militanti urlanti delle idee perse. Come possiamo sperare in un cambiamento quando la fogna in cui viviamo ci da tanto conforto, ci appaga, soddisfa i nostri turpi istinti elementari? Noi abbiamo dimenticato i nostri padri, e i nostri nonni, padri anch’essi, e non saremo padri di nessuno perché l’autodistruzione è divenuto il nostro fine ultimo. Scordando le generazioni che furono scordammo anche la loro fame, il loro istinto di riproduzione, la gioia del mettere al mondo un figlio. Perdendo quei ricordi, quelle capacità ci ritroviamo ora vuoti e pieni al medesimo tempo: vuoti di speranza e pieni di incertezze. Il futuro ci ammaestra, noi gli diamo ascolto, egli ci conforta. Viviamo e non viviamo. E dal passato le ombre vuote di coloro che ci hanno preceduto ridono, amareggiati, perché la terra non è più il luogo che lasciarono con tanto dolore. Ora è facile morire, ma non di fame. Non abbiamo più fame. Sazi. Ecco cosa siamo. Una generazione sazia, che non ha più voglia di ricercare, ma soprattutto di trovare. Abbiamo trovato tutto infatti, abbiamo scavato fino all’osso, fino al fondo del barile. Non abbiamo che un enorme buco ora, ma nessuna voglia di riempirlo. I nostri padri mangiarono fino a scoppiare, divorarono la vita con grande godimento. Loro sì che sapevano vivere! Noi ci compiangiamo a vicenda, lamentandoci della durezza della vita solo perché siamo troppo ciechi per accorgerci della bellezza che ci circonda. I frutti sugli alberi non devono più avere timore. Marciranno e cadranno naturalmente, noi saremo troppo pigri per raccoglierli. Tutto ciò che si poteva mangiare è stato mangiato, a noi non resta che digerire, lentamente, dormendo. Siamo la generazione della digestione, ecco cosa siamo. Se questa è la società odierna, preferisco non pensare a cosa verrà dopo.

Attraverso gli occhi di una bambina

Postati in Senza categoria su 3 maggio 2012 da gaelimmortal

Lontano della strade, la piccola Marta contava le larve di zanzara che si affollavano in una ristagnante pozza di umidità. Ognuno di quei piccoli esserini aveva vita propria, ma erano guidati dall’istinto, non dalla ragione. Il loro moto, poteva osservare la bambina, era casuale e frenetico, condotto soprattutto dai movimenti della superficie dell’acqua, leggermente icrespata per il debole venticello che tirava. Marta li osservava stupefatta, ogni tanto immergeva la punta di un dito nell’acqua, la smuoveva un po’, tornava ad osservare. Il moto apparentemente caotico di quelle deboli creature continuava, inperterrito, senza tregua alcuna. Quando stava per calare la sera Marta ritornò a casa, dimenticandosi il giorno dopo delle piccole larve di zanzare. La scuola passava veloce in quei tempi, non c’erano molti compiti, e il giorno poteva essere dedicato ad attività di grande respiro, come colorare un marciapiede, oppure giocare con altri bambini e bambine, o ancora correre nei prati vicino a casa. L’erba del prato era delicatissima, fresca, tanto che tutti i bambini si tolsero le scarpe per godere della sensazione di leggera umidità che solleticava le piante dei piedi. Ogni filo d’erba provocava una sensazione diversa a seconda dell’inclinazione del piede, della velocità e della lunghezza del filo. Iniziarono a giocare a rincorrersi, un gioco che tutti i bambini del mondo hanno sempre prediletto fra tanti all’aria aperta. Le bambine erano sempre inseguite, perché si era deciso che erano troppo lente per acchiappare i maschietti, e così non dovevano stare sotto. Correvano a perdifiato, inseguite dai loro compagni, i quali all’ultimo poi si scontravano fra di loro, dirigendosi verso il bambino più vicino da acchiappare. Dopo un’ora di quel gioco Marta iniziò ad essere stanca, e per riposarsi e riprendere fiato camminò lentamente sul fianco della collinetta che dominava il paesino con le sue verdeggianti pendici. Arrivata sulla cima, colma di fiori colorati osservò i suoi amici che correvano più in basso. I suoi occhi brillarono per una frazione di secondo, poi con la mano fece dei gesti in aria, come tentando di acchiappare qualcosa. Nel frattempo un vecchio signore che aveva l’abitudine di fare una passeggiata pomeridiana da quelle parti, incuriosito dal fare della bambina si avvicinò e le chiese spiegazioni. La bambina non seppe che dire, poteva sembrare strano in effetti, ma ai suoi occhi – che come tutti gli occhi dei bambini vedono sogni – i suoi amici erano uguali a larve di zanzara, inesplicabili nel loro vagare, mossi da correnti caotiche che soltanto dall’alto, da un luogo privilegiato si potevano notare. E la frenesia di quel gioco innocente scatenò in Marta la voglia di conoscere l’Universo, attraverso lo specchio della ragione e dell’incoscienza.

Poco prima di morire

Postati in Senza categoria su 4 aprile 2012 da gaelimmortal

Sacro e profano si intrecciarono nella loro passione, governarono il mondo per qualche anno e poi si ritirarono per non attirarsi l’ira di un dio che li guardava severamente dall’alato di un paradiso illusorio. Il mondo era alla mercé degli uomini, ora senza morale, ora senza empietà. Vissero per qualche anno e poi morirono di stenti, senza equilibrio, vuoti come otri senza vino. La terra rimase vuota, si ripopolò di tutte le specie animali e vegetali che l’uomo aveva distrutto. Rinacquero i grandi imperi delle piante e l’aria in poco tempo ritornò pura e respirabile per quegli abitanti che sempre avevano avuto amore per la madre terra che li accudiva teneramente e con giustizia nelle sue forti braccia di vita. L’evoluzione non dotò mai alcun animale di razionalità e pensiero, poiché già una volta questo dono era quasi costato la distruzione dell’intero pianeta. Le città caddero con il passare del tempo, gli oceani ritornarono ad essere puri, le foreste libere da infrastrutture, i campi folti e il mondo ritornò a respirare. L’ultimo uomo, prima di morire contemplò lo sfacelo che la sua razza aveva causato al pianeta. Prima di morire osservò i fiumi avvelenati di sangue, la terra bagnata con l’odio, i cieli neri di fuliggine e di morte. Osservò tutto questo per qualche istante, poi chiuse gli occhi e pianse. Quando il pianto giunse al termine, rialzò la testa e vide il mondo con gli occhi lavati dalle sue stesse lacrime di penitenza ed insieme di perdono. Vide un mondo nuovo, una speranza per l’uomo che oramai non era più, vide le foreste vive, i mari tranquilli e ricchi, i cieli azzurri e l’aria densa di freschezza. Un’ultima lacrima lasciò cadere dai suoi occhi, una lacrima che bagnò la terra arida sotto di lui. Quella lacrima avrebbe fertilizzato un piccolo seme che avrebbe generato un manto erboso pieno di fiori delicati, fiori di campo senza alcun valore, eppure vivi, immensi e liberi. Quindi l’ultimo uomo di accasciò, con un amaro sorriso sulle labbra. Ed alla fine la terra tirò un sospiro di sollievo.

La libellula sulla porta

Postati in Senza categoria su 4 aprile 2012 da gaelimmortal

Sopra la porta, in estate si posava sempre una libellula. Le sue ali erano leggere, iniettate di piccole stille nerastre, vivide e scattanti, libere da qualunque catena. La porta, con il suo colore bluastro, ricordava moltissimo gli sterminati campi di lavanda della Provenza. Ogni volta che qualcuno la apriva, emetteva un piccolo e timido cigolio, e in estate, la libellula si spostava vibrante, andandosi ad aggrappare ad un ramo di una mimosa cresciuta lì vicina. Su quella porta nei mesi più caldi batteva sempre un Sole che con il tempo la scrostava, rivelandone antiche venature e costringendo i proprietari a riverniciarla, sempre con quella tonalità blu lavanda, sempre uguale e sempre così diversa nel tempo. Il risultato era una piatta distesa di migliaia di fiori differenti, piccole macchie invisibili ad occhi nudo, ma che gli occhi allenati a riconoscere la diversità della libellula adocchiavano come un paradiso floreale. Quella libellula passava ore ed ore a fissare la porta, riscaldandosi ai raggi del Sole, brillando della sua vivida colorazione. Si spostava unicamente la sera, quando la porta veniva chiusa ed il suo spazio preferito ritornava ad essere un nulla ad una sola dimensione, oppure quando la fame la coglieva. Sulla parete della casa erano disegnati alcuni papaveri e gli anemoni molti colorati, realizzati da uno squattrinato artista di passaggio che voleva pagare una cena offertagli dal padrone di casa. Le tegole rosse, le pareti altrimenti bianche rendevano quel luogo colmo di una semplice nostalgia, quello di una terra ricca di Sole e mare, dove le libellule incrontavano le cicale in riti amorosi e lasciavano trasportare dal vento i loro canti di gioia. Una terra dimenticata e in parte perduta, mangiata dal cemento e dove la bontà degli uomini andava scemando. Una terra di ulivi e vigneti, calda ed ospitale, rude ed equilibrata. La libellula non conosceva questa terra, ma si sentiva sempre attirata dalla magnifica colorazione della porta, voleva possedere quei colori così intensi, quel miscuglio di entità cromatiche che la rendevano rilassata ed estatica al medesimo tempo. I padroni di casa amavano osservare la libellula che osservava i colori della porta, un ciclo che probabilmente si sarebbe esteso ulteriormente se soltanto la casa non si fosse trovata in una località sperduta dove a nessuno importava degli uomini che guardano le libellule che fissano i colori delle porte. Quando veniva l’inverno, la libellula moriva ed ogni estate una nuova libellula tornava nella medesima posizione, come un rito ancestrale di un culto libellulesco. Benché questo fosse ovvio, gli abitanti della casa consideravano la libellula come un’unica entità, uno spirito benigno che proteggeva la loro dimora, ricordando a tutti la nostalgia per quella terra dei tempi andati.

Un fatto di comune educazione

Postati in Senza categoria su 4 aprile 2012 da gaelimmortal

Sarà forse che i tempi sono cambiati, i costumi si sono accasciati su loro stessi, eppure mi manca molto quel modo di fare gentile che fino a qualche anno fa riempiva l’aria delle nostre città. Passeggiando per le stradine di un paese ancor’oggi non è raro essere salutati da qualche gentile abitante del luogo, più che altro anziano, anche se egli non vi conosce. Sarebbe illogico pretendere la stessa cosa in un qualsiasi negozio di un centro commerciale, tanto più che i vostri soldi andranno a pagare lo stipendio di chi vi tratta con sufficienza? Io dico no, mi ribello a questa società piena di lusinghe e povera di “grazie anche a lei”, di “buongiorno” e “buona giornata” cordiali. Ma questo interessa soprattutto il nostro paese, lasciatosi andare ad una paurosa involuzione senza precedenti. I giovani, non parliamone nemmeno. Il significato della parola “grazie” non è contemplato nel loro (in realtà assai misero) vocabolario. Un tempo si aprivano le porte alle signore, si lasciava una mancia al cameriere di un bar che vi aveva servito con deferenza, si ascoltavano i consigli degli anziani e li si rispettavano, perché la vecchiaia non porta soltanto infermità, ma alle volte, al di là della comune demenza senile, anche esperienza e quindi saggezza. Siamo abituati oramai a farci servire e riverire che abbiamo perso il contatto con la gentilezza che caratterizzava la nostra terra. In altri stati ovviamente ciò accade, ma in minor misura. Il saluto è sempre garantito, e quando vi è di mezzo del denaro, anche la gentilezza non è da meno. Interessati sì, ma con educazione. Non parlo del servilismo che impregnava molte attività commerciali anche solo nel secolo scorso; siamo pur sempre alle soglie del terzo millennio, è giusto che i costumi di ammodernino, ma siamo sicuri che “buonasera”, “grazie e arrivederci”, “mi scusi tanto” siano soltanto delle anticaglie di tempi passati? Non è una magia il fatto che un saluto inaspettato possa illuminarci la giornata. Solo comune educazione.

I tre colori della sera

Postati in Senza categoria su 4 marzo 2012 da gaelimmortal

Per primo viene il rosso, con sfumature arancioni, leggermente tenendente ad un verde pallido. Il colore di un sole calante, di un tramonto finito, che si avvia verso l’oscurità. Il rosso genera ombre che vivono di vita propria, ombre forti e malinconiche, ombre tremolanti, spiriti di esseri inanimati, la vera faccia della vita. L’arancione è solo un flebile riflesso del calore del sole, una patina color frutta della sua potenza. Il calore non si sente, il vento è cessato ed il freddo cala. Un freddo arancione percorre la valle. Lo insegue un tiepido viola, il colore della sorte e della benda cvhe copre gli occhi della fortuna. Un viola oltreoceano, un viola di fiore e di libagioni delicate, di uva matura e di dischi tante volte ascoltati. Un amusica si spande in questo colore, suoni ovattati, poi stridenti, poi il silenzio. Segue un blu profondo, colore della notte senza stelle, ma solo con pallide luci che percorrono la galassia dimenticandosi dei desideri umani. Il blu è gelido, ancora non c’è vento ma le ossa dolgono per l’umidità che si porta dietro. Freddo e blu, più volte narrati. Sinceramente i colori sarebbero anche di più, ma del giallo primaverile e del nero delle tenebre non desidero parlare.

Se la ragione dimentica…

Postati in Senza categoria su 4 febbraio 2012 da gaelimmortal

Apro la porta di casa, mi rintano comodamente sotto una coperta, apro la terza pagina di un libro iniziato poco prima. Fuori nevica, come sempre. Le luci dei lampioni iniziano ad accendersi, sono ancora fioche ma già turbano il silenzio luminoso della notte. Perlomeno i fiocchi di neve sono ben visibili. Quelli sventurati che si avventurano troppo vicini alla mia finestra finiscono in breve tempo la loro esistenza solida, come piccoli Icaro in un ballo invernale, di quelli che si facevano nei film degli anni novanta. La mente vola e ritorna indietro nello spazio di una pagina appena. Dieci anni in una pagina. Ma potrei anche fare di meglio. Guardo ancora fuori dalla finestra. Le vigne sono quasi completamente ricoperte di neve, buon segno. Mi inginocchio e prego che la valle venga sommersa dalla neve, che tutto venga ricoperto e non esista più il male o il bene. Soltanto la neve. Pura. Un’altra pagina nello spazio di un viaggio mentale. Il libro è noioso per il resto del mondo ma io l’adoro. Già due volte l’ho riletto, e penso che lo rileggerò anche una quarta volta prima della fine di questa nevicata. Quasi ricordo ogni parola scritta sulla carta bianca. Quasi ricordo ogni sbavatura nella trama e sulla carta. I pensieri escono fluidi quando un libro è già scritto; l’autore ci mise trentadue anni a completare quel romanzo. Relatività dell’esperienza artistica. Qui io leggo e lui, quarant’anni fa sta scrivendo il suo romanzo. La neve cade delicatamente, e io ricordo precisamente ogni parola versata con lacrime su quei fogli macchiati d’umidità. Ricordo non con la mente, ma con l’anima. Così come mi ricordo di quando ero piccolo, e la neve sembrava la cosa più bella dell’universo. Cadeva sempre per ricoprire la cose, per nascondere la bruttezza, le macchie del mondo. Unificava tutto, non omologando ma idealizzando un’utopia che nel tempo avrei capito essere soltanto una macchinazione di se stessa: irrealtà ed impossibilità. La mano destra, quella che scrive inizia a farmi male. Poso il libro e la penna. Distingue nettamente le figure di due uomini che camminano in mezzo alla strada, tanto le macchine con questa neve passeranno solo a fatica. I ricordi mi invadono, uno scatto nervoso della mano mi fa rovesciare la boccetta d’inchiostro nero seppia. Dopo quarant’anni la macchia non si è ancora asciugata, e la neve ha continuato a cadere. Invano la mia preghiera ha tentato il suo viaggio, ma la valle non è ancora ricolma di bianco candore. I lampioni si accendono una seconda volta, brillanti e rumorosi. Ho finito il libro, lo ripongo in biblioteca. Esistando sfoglio la prima pagina prima di abbandonarlo. Un bel libro davvero, quasi ricordo ogni parola. Prima o poi terminerò di leggerlo.

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