Nostalgia del mai vissuto

Posted in Senza categoria on 4 ottobre 2012 by gaelimmortal

Quando trovai quel libro sulla mia scrivania, non potevo credere alla fortuna che mi si er presentata inaspettatamente. Era una rarissima edizione della “Filosofia Naturale” di un anonimo del 1320, manoscritto e miniato con estrema cura e dedizione dalla mano probabilmente di un monaco, in cui erano raccolte le più grandi conoscienze in materia di biologia (se così posso permettermi anacronisticamente di chiamare una scienza che in quel periodo ancora non esisteva). Non avevo idea da dove quel libro fosse saltato fuori, anche se l’avevo sognato a lungo, per aggiungerlo alla mia biblioteca. Nessuno in casa sapeva da dove provenisse, mia moglie ignorava il titolo del volume e i miei due figli non avevano la minima idea di cosa fosse un libro. Gioventù sconsiderata a parte, mi chiusi nello studio e inizia a sfogliare quel testo con grande attenzione, per evitare di rovinare le preziosissime pagine di cartapecora o intaccare l’inchiostro sbiadito delle miniature perfette nella loro minima essenzialità. Non riuscivo a staccare gli occhi da quel volume, e benché i miei ricordi di latino erano celati in un buco della mia memoria, in breve tempo leggevo le pagine vergate a mano con la naturalezza di un amanuense. Quando mi addormentai, il mondo intorno a me aveva raggiunto uno stato più semplice, una genuinità perduta da tempo. Al posto dei palazzi del mio quartiere vedevo campagna a perdita d’occhio, mentre il sole cadeva lontano, in un’orizzonte di grano e pascoli. Gli alberi si muovevano grazie ad un vento caldo, colorato di un rossore piacevolissimo. Mio padre, morto ormai da sette anni, tornava a casa dal suo lavoro nei campi, stanco, di quella stanchezza che distrugge lo spirito. La nostra misera condizione non era motivo di felicità, ma un modo per sopravvivere. Eppure senza saperlo eravamo in cima al mondo, anche se non come quei Signori che passavano le loro giornate a duellare o alla caccia col falcone. Essi conquistavano con il loro corpo e il loro spirito ciò che desideravano, con o senza diritto. Mio padre era oramai rientrato e dalla sala grande si avvertiva una fragranza di zuppa di ortaggi freschi, e il rumore di scodelle nelle quali avremmo sia mangiato che bevuto l’aspro vino che una volta all’anno producevano i nostri poveri grappoli. Il vento caldo irruppe dalla finestra, un buco squallido in una parete di legno e paglia, e mi diede voglia di uscire, di correre incontro a quel sole che si stagliava contro l’orizzonte, quel sole vivido anche nel momento della sua morte. Ma le mie ossa sono stanche, sono in pantofole e mie sono svegliato. Cerco tastando nell’ombra il mio libro, ma non sento che il freddo legno della scrivania. Fuori è notte, piove e comunque i palazzi impedirebbero al sole tramontante di raggiungermi con i suoi raggi colorati. Sento di aver perduto qualcosa, qualcosa che non ho mai conosciuto. Piango per il mio tempo ed invoco la miseria passata. Da oggi il futuro mi serberà un sapore amaro, che scroprirò ad ogni svolta.

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Discorso sul pensiero del dogma

Posted in Senza categoria on 4 ottobre 2012 by gaelimmortal

Il dogma è l’essenza stessa della facilità con cui è possibile dimostrare qualcosa. Un dogma sostanzialmente è un pensiero, condiviso per lungo tempo, il quale ammette solo quest’ultima condizione come verifica della sua validità. Viene sfruttato dalle maggiori religioni al mondo, principalmente dal cattolicesimo, in modo tale da restituire una parvenza di misticismo e sacralità che si sono perse durante il tempo. Prendiamo ad esempio la transustanziazione, ossia la trasformazione effettivadurante la cerimonia eucaristica del pane in corpo e del vino in sangue di Cristo. Fra tutti i dogmi questo rimane il più tribale e affascinante allo stesso tempo, un ricordo dei sacrifici che venivano compiuti dalle sette in tempi antichissimi, memoria di riti ancestrali e riflesso di ciò che avvenne, secondo le Scritture durante l’Ultima Cena. In effetti credere a questo dogma spiana la strada a molti altri atti di fede. Il concetto stesso di miracolo si fa strada da questo principio. Dogma, non più come pensiero, ma come atto di fede; o credi o non credi. Se cammino per strada e decido improvvisamente che tutti gli alberi sono un’estensione della coscienza dell’universo, e per un caso straordinario riuscissi a convincere qualcuno di questo mio pensiero, potrei senza alcuna dimostrazione scientifica o metafisica indicare la mia stravaganza come dogma. Sono del parere che nel tempo in cui navighiamo, con l’etica in continua rivoluzione e i cambiamenti del futuro che ancora ci attendono, il concetto stesso di dogma mina la stabilità di una società già da troppo tempo portata su una strada di incoscienza e credulità, dove l’ignoranza e la superstizione governano il corso delle vite. Dogma o non dogma, siamo liberi di credere a ciò che vogliamo, e non sarà un atto di cannibalismo e cambiare una fede.

Quando il mondo comincia a scrivere

Posted in Senza categoria on 4 settembre 2012 by gaelimmortal

All’improvviso tutto il mondo ha iniziato a scrivere. Ogni uomo, donna o bambino, colto dal sacro furore artistico ha iniziato a colmare la sua sete di racconti improvvisandosi scrittore. Ovviamente i risultati sono immaginabili e purtroppo è la stessa letteratura a farne le spese, inaridendosi ed impoverendosi radicalmente. Un tempo però non era così, e non tutti potevano permettersi di definirsi scrittori. Prima di tutti scrivevano coloro i quali possedevano una certa cultura (la quale al giorno d’oggi tutti più o meno possediamo, e ce ne vantiamo come fosse una mostrina sul petto, una medaglia al valore per chissà quale vanto). Secondariamente scrivevano coloro i quali avevano vissuto un’interessante esistenza. Si è sempre privilegiato il realismo nella scrittura, e se un tempo si impazziva per le narrazioni di safari nella giungla selvaggia, oggi non ci emozioniamo e tanto meno impressioniamo di fronte a scritti di cruda realtà, ripieni di temi scottanti e violenti. Ultimi ma non ultimi, scrive e ha il diritto di scrivere colui che ha qualcosa da scrivere. L’essenza stessa della scrittura è comunicare qualcosa, e da sempre gli scrittori vogliono mettere il loro lungo naso in ogni faccenda e tema che sia stato trattato o meno approfonditamente. Ovviamente oggi tutti scrivono di qualsiasi cosa, ma anche in qualsivoglia maniera. La conoscenza della lingua e la padronanza di uno stile appropriato cedono il passo a temi che farebbero arrossire il marchese De Sade. Il mercato dei libri è invaso da una cascata incessante di volumi buoni solo per il macero, scritti nell’arco di un paio di pomeriggi svogliati. Non è razzismo letterario, solo senso dell’etica per coloro che faticano e sudano ricavando soltanto la gioia di aver creato qualcosa di degno di essere letto. Sudore e lacrime, sangue e memoria. Questi gli elementi per una buona riuscita nell’arte scrittoria, e molti lo hanno scordato. Ciò che è interessante per noi non è detto che lo sia per altri, ma se conosciamo la chiave per renderlo interessante, allora avremo il potere di generare qualcosa che possa assomigliare ad un romanzo. In caso contrario è consigliabile posare la penna sul foglio e darsi al collezionismo di pietre o foglie, molto più rilassante e meno dannoso per la letteratura universale.

Uno strano mercante

Posted in Senza categoria on 4 settembre 2012 by gaelimmortal

Passeggiava solitario per la strada, quello strano mercante vestito di grigio, con la pelle rovinata dall’eccessivo sole e dalla vecchiaia che non perdona. Si avvicina ad ogni villaggio, paese o città, scruta l’ingresso delle case, osserva i vicoli e i tombini, prende nota di tutto ciò che un giorno potrebbe essergli utile. Non chiede mai nulla, non chiede denaro e non chiede cibo. Ogni tanto qualcuno gli domanda cosa stia facendo, ma lui risponde evasivo, abbassa lo sguardo, distorce l’attenzione. La verità è che anche lui non ha ben in mente cosa stia facendo. Solo che deve farlo. Eppure vi chiederete, ma se quest’uomo così ammantato di mistero è un mercante, quali merci potrà mai vendere, schivo com’è? Egli nella sua vita ha venduto di tutto: vetri antiproiettile difettosi a malviventi che rischiavano la loro salute, gioielli costosissimi ma fatti di alluminio per ricche donne alle quali importava unicamente il costo e non la bellezza, sangue a chi non poteva più permettersene perché lo aveva gettato via con la droga. Insomma, girando in lungo e in largo, praticamente conosceva tutti e aveva venduto a tutti qualcosa. Solo che nessuno si ricordava di lui. Ogni tanto, quando la sera soffia un piacevole vento, scambia due parole con un passante e gli ricorda quella volta che gli vendette un maglione tutto bucato per avere freddo e potersi lamentare con l’amministratore del palazzo perché non riparava mai l’impianto di riscaldamento. Ma il passante, un po’ spaventato e un po’ di fretta scappava quasi sempre, rifugiandosi nella sua fredda casa. Quando lo incontrai ricordo che mi diede, in cambio di pochi spiccioli che mi rimanevano, un libro pieno d’inchiostro, tutto sparso e rinsecchito sulle pagine. Quel tomo imbrattato secondo il mercante doveva contenere la storia di tuta una vita, e solo riempiendo le pagine a quel modo, secondo lo scrittore (il cui nome rimane sepolto sotto una grossa macchia nerastra), si sarebbe espressa la vera natura di una vita vissuta appieno. Insomma, che ci crediate o no, quel mercante giocò anche me, e fu allora che compresi. Girava il mondo di città in città e di paese in contrada per vendere gli oggetti più inutili, le carabattole che non servono a nulla ma di cui non possiamo fare a meno. Egli baratta il nostro tempo libero con un modo per riempirlo, e colma i nostri sogni affogandoli nella loro stessa realizzazione. Quando lo capii era ormai troppo tardi, avevo già perso il mio tempo, scambiato contro un oggetto che non so a che serva, ma dal quale non mi separerò mai.

Per dividere

Posted in Senza categoria on 3 agosto 2012 by gaelimmortal

Qualche giorno fa ho trovato un piccolo bisturi. L sua lama è talmente tagliente che subito mi ha affascinato. Con quella lama posso tagliare tutto quello che desidero, quasi anche ciò che è immateriale. Prima di tutto ho tagliato una scheggia della mia scrivania, per constatare il potere di questa prodigiosa lama. Poi ho provato a tagliare la corteccia di un ramo, un’unghia della mia mano e la pagina di una rivista. Ero estremamente soddisfatto del mio lavoro, tanto che avrei potuto tagliare tutti i fili d’erba di un parato se solo ne avessi avuta l’occasione e il tempo. In seguito tagliai l’aria. Era magnifico infilzare quel bisturi su e giù nella densità impalpabile dell’aria, vederlo fendere l’atmosfera mentre subito la ferita si risanava. Capii allora che era impossibile tagliare l’aria. Passai al cielo, molto più tenero e semplice da dividere con un taglio netto. Separavo le nuvole e le plasmavo secondo il mio volere; ovviamente prendevano delle forme piuttosto squadrate perché ancora non ero abile ad intagliarle. Fu con la luce ce raggiunsi risultati davvero di pregio. Più che tagliarla riuscivo a piegarla come una lastra d’alluminio, contorcendola e modificandolo scalando leggermente la lama del mio bisturi su di una fiamma. La scolpivo con maestria, dosando i colpi a secondo dell’intensità luminosa. Al tramonto la luce era molto pesante, dura e temprata, quindi la colpivo con forza e decisione, mentre al mattino, quando i primi raggi colano dal Sole fresco, bastava un minimo contatto per modificare l’andamento di quei raggi, fino a raggiungere l’effetto desiderato. Ora sto cercando di tagliare alcune sezioni del paesaggio, vorrei spuntare boschi e montagne, modificare l’andamento del territorio per migliorare la gradevolezza dei luoghi. Dovrei anche aggiungere, e non solo tagliare, unica prerogativa del bisturi. Togliere per sempre, non esistono lame che riuniscano. Forse in futuro studierò un modo per farlo, allenandomi a tagliare le orde che vanno dritte al cuore, unite alle emozioni. Chissà cosa si prova nel tagliare la tristezza, la nostalgia, l’amore?

Marzialità

Posted in Senza categoria on 2 luglio 2012 by gaelimmortal

L’aria solcata da un brivido, poi un grido. Un colpo inciso nella pietra. Il silenzio che li attornia, un grido e un colpo. Preciso e limitato, vigoroso nel suo compiersi. Pratico e fisico nel rintocco. Spirituale ed energetico nel suo non infrangersi. Onda e ritorno, una vita in più che si spegne, senza morire. Grida e respiri. Un passo, strascicato, poi uno violento si infrange sul terreno, rimbalza e colpisce. Più volte, una dietro l’altra, senza una tregua ragionevole. E di nuovo il silenzio, l’attesa, l’attimo colto, il colpo nuovamente, la furia nell’istante. La calma nel sempre. Nella loro mente appare un indizio, un breve lampo, come un sogno perfetto. Colpiscono, ognuno con la sua lentezza, ognuno fermando il tempo. Si guardano negli occhi, vibrano, vibrano come i loro respiri. Gridano per liberarsi del peso che li opprime. Uno grida più forte, diventa leggero come un colibrì. Colpisce, non lascia scampo. Un passo e un colpo. Il passo e il colpo per meglio dire. Senza le sue braccia cedere. L’altro osserva, prende tempo, distanza. Uno, forse due secondi per respirare, poi si getta, vibra e colpisce, poi di nuovo, ripete l’azione che ripete da anni, che si ripete da secoli. Sempre la stessa, sempre più perfetta. Una spirale che porta alla perfezione. Colpito l’altro rallenta, osserva gli occhi, la bocca, il respiro. Vede una goccia cadere sul lato destro. Si sposta, intuisce e ancor prima si sposta. Il colpo fende l’aria, la trancia con un sibilo. Una ferita inguaribile, il dolore dell’aria si esprime con un suono delicatissimo. L’altro è già pronto, da un secondo è già pronto. Tende il braccio, colpisce. Ancora un grido, un intenso grido di vita. Il silenzio si rompe, esplode in un vociare, urlare gioioso. I due si siedono, respirano con regolarità, fanno tacere l’affanno e riprendono fiato. Non gridano più, si guardano neglii occhi, si osservano, e poi abbassano entrambi le palpebre. Ogni colpo ripercorre le loro menti, si riaffrontano in una decina di secondi. Aprono gli occhi, c’è gratitudine in loro, verso l’altro. Quando si rialzano si sono già ringraziati, per ogni colpo offerto, per ogni colpo preso. Non ringraziano per quelli andati a vuoto, non c’è bisogno. Mentre se ne vanno le loro ombre li seguono. Sono perfette, coerenti con i loro corpi. Come il loro spirito.

 

Ultime parole nella cenere

Posted in Senza categoria on 2 luglio 2012 by gaelimmortal

Essere come di sottile cenere, carne che si tramuta in cenere, lievemente innalzarsi verso spazi sconfinati, volare via per non fare più ritorno. Non posso certo definirla libertà, ma ci siamo quasi. Il concetto è simile, solanto un po’ più delicato. Avendo visto morire ben più che i miei amici, ben più che la mia famiglia, mi sono rassegnato a credere nella cenere, e io stesso desidero essere null’altro che quella vaga sostanza che si forma in seguito alla combustione della materia. Dopo la materia vi è soltanto la cenere. Che poi divenga terra o meno questo non ha importanza. La sofferenza non bada a questi dettagli. Più volte mi è stato detto – è soltanto un ciclo – parlando della vita – soltanto un ciclo che si ripete, inizio e fine coincidono. Sciocchezze, frasi di circostanza. non ci ho creduto nemmeno per un minuto. L’unica cosa che conta è trovare il modo per non soffrire, non oltre questo limite. Il fuoco purifica e divora qualunque cosa, ma il dolore sarebbe insopportabile. Allora ho deciso di lasciarmi andare, diventerò cenere per la strada più lunga, la più semplice in fondo. Ora sto qui, seduto, scrivo queste ultime righe. Dopodiché non muoverò più un muscolo, respirerò, guarderò forse nel vuoto oppure chiuderò gli occhi, non so ancora. Lascerò la porta chiusa, non desidero essere disturbato. La mia sarà una meditazione trascendentale, ad alto livello. Quando raggiungerò l’estasi sarò finito. Ed allora il processo avrà luogo. Piano, con il tempo e la natura diventerò cenere, oppure mi daranno in pasto alle fiamme per sbarazzarsi dei miei poveri resti. Cenere in un modo o nell’altro. Proverò a lasciare un piccolo testamente oltre a queste righe di commiato. Vorrei sottolineare che la vita non mi ha mai dato niente. Ma mi ha tolto un sacco di cose. Sono stato sfortunato, probabilmente. Eppure non provo rancore, non me la prendo. Ho smesso di prendermela con la vita quando sono nato. Già quello fu un terribile scherzo. Ora che sto per finire l’inchiostro e le parole, saluterò in quest’ultima riga che mi resta quella parte del mondo che mi ha reso felice almeno per un istante: me stesso, i miei cari, la notte e il freddo; e dopo questi addii vado a lasciare la penna sul foglio, senza firmare, perché chi verrà poi a leggere, fra alcuni giorni sappia che la mia identità si è perduta con il mio disfacimento, cosicché nulla resti su questa terra, a parte la mia cenere.